HYPERPOETRY:
SINCRETISMI-IBRIDAZIONI-MARGINI-INTERSTIZI
di Giovanna Di Rosario, Matteo Gilebbi.
Université de Genève – University of Wisconsin-Madison
Il fine del mio intervento è quello di presentare quello che è
lo stato attuale della poesia elettronica nel panorama italiano, prima
attraverso una breve introduzione metodologica e terminologica, e quindi
con un breve raffronto rispetto a quello che avviene in spazi più
attivi, quali quello statunitense. Inutile spiegare che il panorama è
inoltre in continua evoluzione e che una ricerca di questo tipo si scontra
irrimediabilmente con i continui mutamenti e con la forte obsolescenza
a cui sottostanno paradossalmente proprio i media digitali.
Importante anche sottolineare come questo intervento non sia rivolto ad
un analisi testuale delle opere ma ad un’indagine che parte dalla
considerazione dell’interfaccia come spazio enunciativo e della
sua struttura come indice di poetica.
Mi occuperò di una forma di scrittura pensata esclusivamente per
il medium internet e che presenta strutture ed elementi costitutivi originali,
per le quali è anche necessario indicare un nuova e consona terminologia.
Strutture ed elementi costitutivi sono identici a quelli che si possono
incontrare in altre forme di scrittura elettronica (come, ad esempio,
all’interno di un qualsiasi sito web) ma che, come vedremo, vengono
utilizzati dagli autori presi in esame per generare effetti estetici particolari
e pertinenti a quella forma che qui indicherò con i termini di
hyperpoetry, webpoetry, o piú genericamente poesia elettronica.
Questi elementi a carattere morfologico si dividono in due grandi classi,
che chiamerò rispettivamente segmenti e sequenze.1 Nella
ricerca delle classi morfologiche più generali in queste semiotiche
utilizzo il termine segmenti per indicare quegli elementi che non possiedono
temporalità interna (moduli di testo, immagini, banner, ecc.) mentre
chiamerò sequenze quegli elementi caratterizzati da una temporalità
interna (filmati, tracce audio e musicali, animazioni, ecc.). Vedremo
infatti dall’analisi delle opere come questo fattore riguardante
il carattere della temporalità inscritta negli elementi diventi
determinante per la modulazione dei differenti effetti estetici. L’opera
digitale è infine determinata dal montaggio di questi elementi
all’interno di un quadro, inteso come uno spazio topologico che
li contiene; per questo intendo come, nella scrittura elettronica, la
pagina o la schermata vadano interpretate come uno spazio di composizione.
La struttura di alcune opere è inoltre costituita spesso da un
secondo tipo di montaggio, quello dei collegamenti (o links) tra diversi
elementi topologici (pagine, finestre, lessie, frames). Vedremo come in
alcune opere prevalga l’utilizzo del montaggio di segmenti e sequenze
all’interno di una sola pagina, mentre in altre emerga l’utilizzo
del montaggio tra pagine diverse e la costituzione di un ipertesto inteso
più classicamente come un corpo estremamente aperto e multilineare.
Queste prime considerazioni tra morfologie e modalitá di montaggio
lasciano già intravedere una prima possibilità di indicare
differenti tipologie nella composizione dell’ipertesto poetico.
Un’aspetto nuovo e che non rientra in toto nella categorizzazione
appena abbozzata è quello che caratterizza i cosiddetti generatori
di testo: ne sono un esempio l’americano “Rob’s amazing
poem generator” di Rob Malda2 e l’italiano “Polygene”3.
Il primo utilizza il testo contenuto in qualsiasi sito web per generare
un testo poetico casuale: è sufficiente fornire un indirizzo internet.
Poichè il programma è strutturato sulla grammatica della
lingua inglese, i migliori risultati si ottengono con siti in quella lingua4
Il secondo è invece opera di un collettivo e, come spiegano anche
i suoi autori, “Polygen” è un programma che genera
frasi casuali secondo una definizione grammaticale, ovvero seguendo un
corpus programmabile di regole sintattiche e lessicali: formalmente è
un interprete di un metalinguaggio che permette di definire linguaggi.
Il processo interpretativo viene inteso nell’esecuzione di un programma
e nel riportarne il risultato; nel caso di “Polygen” il programma
è una grammatica sorgente, l'esecuzione consiste nell'esplorazione
di tale grammatica lungo un percorso casuale ed il risultato è
un segmento di testo piú o meno articolato. I suoi autori lo utilizzano
principalmente come strumento di parodia di abitudini comunicative e stereotipi
massmediali. La casualità del risultato ottenibile raggiunge perfettamente
lo scopo di sottolineare ancor di più l’aspetto asemantico5
di un tale processo di scrittura. I generatori di testo aprono però
degli spazi interpretativi di cui preferisco non trattare in questa occasione.
Vorrei invece portare subito alcuni esempi di webpoetry caratterizzati
da diversi usi del montaggio. Su di un singolo quadro e costituite da
soli segmenti sono opere quali “13(trese) reflejos en el mar negro”
dello spagnolo Leo Marino6.
Cruising di Ankerson -Sapnar7 e Spawn di
Campbell8, artisti americani sono invece opere costituite da un montaggio
ibrido di segmenti e sequenze in un singolo quadro, aspetto questo predominante
nell’ambito della webpoetry.
In ambito italiano gli esempi più significativi riguardano principalmente
proprio opere morfologicamente ibride e topologicamente mono-modulari
come quest’ultime; in questo campo le ricerche e gli esiti maggiormente
interessanti riguardano “Onyros”9 di Mario Rossi
e “Content(o) design”10 di Daniela Calisi. Da tenere
in considerazione è anche il lavoro di Michele D’Auria, che
ha collaborato con l’ormai veterano Robert Kendal su un suo testo
in lingua inglese nell’opera “Candles for a street corner”11.
Con il titolo “Onyros” Mario Rossi ha raccolto una serie di
opere divise cronologicamente in tre capitoli (1st, 2nd e 3rd era); si
tratta principalmente di sperimentazioni grafiche che in alcuni casi vengono
ibridate con segmenti testuali o sequenze in flash. Tra queste ho scelto
come esemplari due lavori del 2002: “Word I”(sottotitolo:useless
wearing words) e “Word II-Tongue” sottotitolo: they insist).
Word I (useless wearing words) è un’animazione
in flash che presenta al centro il viso di una persona assopita sulla
cui fronte è presente un punto di intervento indicato da due parentesi
grafe; al centro il segmento testuale «this wearing words»
(«queste parole estenuanti»). Operando sul punto d’intervento
iniziano ad emergere dallo sfondo e con movimento a spirale antiorario
innumerevoli lettere che si dispongono in cerchio tutte intorno al volto;
a questo punto il puntatore del mouse assume la caratteristica di punto
gravitazionale verso cui le lettere si dirigono attratte, collassando
e sovrapponendosi in grumi indistinti; in senso antifrastico le “parole”
indicate dal segmento testuale divengono irriconoscibili, si sottraggono
ad un percorso di senso per seguire invece un punto focale che non è
solo metaforico bensì letterale.
Qualsiasi tentativo da parte del fruitore dell’opera di creare un
percorso di lettura risulterá vano: anzi, piu’ si tenderá
ad operare sulle lettere alla ricerca di segmenti testuali significativi,
tanto piú esse genereranno agglomerati indistinti. Anche nella
seconda opera, Tongues, si ripropone questa dimensione di ineffabilità
del messaggio e di disfacimento del senso. Si tratta di una rappresentazione
grafica, anch’essa in flash, in cui le parole, pur controllabili
e indirizzabili dal lettore, in realtà reiterano all’infinito,
nonostante tutti i nostri sforzi, l’incapacità di determinarsi
e di riconoscere in esse un percorso di senso (e perciò di lettura).
Il testo invece riconoscibile si trova marginalizzato, stravolto nella
sua posizione all’interno dello spazio, deterritorializzato12;
quella che appare in primo piano è una sequenza casuale di caratteri
che si generano intorno al puntatore. Come scrive l’autore nell’ultima
stringa del segmento testuale c’è qualcosa che «infetta
le visioni»; l’opera non si da come fissa ma come sintomaticamente
plurale e mai uguale a se stessa, in infinite modalitá a loro volta
contagiate da suggeriti ma continuamente negati percorsi di lettura. Si
giunge al punto di un cortocircuito in cui lo spazio della scrittura digitale
appare come dislocato, senza apparenti confini, aperto ad infinite possibilitá
e stili che non concernono la linearitá bensì un’ipertestualitá
concettuale.
Content(o) design13 è il web megazine curato da Daniela
Calisi; nelll’introduzione alle sue opere descrive così la
sua semplice ma esplicita poetica: «Queste poesie indagano il comportamento
e il mutamento del testo nel tempo: un linguaggio che non e' lineare,
ma che esprime una complessità di voci. La capacità del
testo di mutare la propria forma: cambiamenti di visibilità, di
posizione, di forma, dimensioni e colore. La capacità del testo
di mutare il proprio significato: la parola unita alle altre parole da
rapporti di trasformazione, mutazione, permutazione, anagramma. La capacità
del testo di reagire alle azioni del suo lettore, ma anche, in senso più
ampio, i modi in cui il testo configura e consente questo rapporto di
azione e reazione; questi sono testi mutanti perchè sono capaci
di cambiare sotto i tuoi occhi, di reagire ai tuoi movimenti, perchè
si fanno più complessi o si spiegano man mano che esplori i loro
diversi modi di apparire»14. L’artista porta avanti
una sperimentazione sulla scrittura digitale sulla scia delle esperienze
di animazione del testo praticate soprattutto dal medium cinematografico
e televisivo; ciò che però contraddistingue queste opere
è la loro caratteristica di multilinearità interna,
nel senso che pur apparendo come segmenti di testo, i versi possiedono
al loro interno punti di intervento multipli che rimandano ad altri segmenti
o ha nuclei grafici.
Ciò che ne viene più fortemente influenzato è il
processo di lettura, deviato continuamente oltre un percorso lineare;
i versi appaiono, fluttuano, scompaiono per evocarne altri e per poi tornare
e implodere ciclicamente. Ogni poesia emerge perciò multiforme
e senza una struttura finale compiuta. Ne sono un esempio le opere “Tu/tto”
e “Cartografi”15; specialmente quest’ultima
utilizza un procedimento attraverso il quale alcuni versi che si trovano
parzialmente indistinti sullo sfondo giungono in successione in primo
piano per sostituirne o modificarne altri. In questo dialogo fra due differenti
piani prospettici il testo poetico in sè perde la sua caratteristica
di oggetto compiuto per partecipare invece ad una plurivocità sottesa
al movimento grafico; è la supremazia del segno sul significato,
del design sul discorso.
Ma il progetto piú complesso, strutturato e ambizioso nel panorama
italiano sembra essere attualmente il work in progress “Globalgroove”16
di Fabio Toffolo e Michele Andreroni. L’opera, visceralmente ipertestuale,
nasce dallo sviluppo del precedente “Momisdrunk”17,
su cui gli autori avevano lavorato dal 1997 al 2003. Quest’ultimo
era un ipertesto basato su segmenti iconico-testuali, costituito da 8
capitoli; l’opera prendeva spunto da linguaggi massmediali di ogni
genere (dalla fiction alla pornografia, dalla pubblicitá alle news
televisive) per smontarne i meccanismi enunciativi e ricomporli secondo
un progetto che prevedeva una struttura narrativa compiuta, diretta alla
denuncia dell’influenza subdola dei media sul linguaggio e sulla
post-moderna interpretazione del mondo.
Da questo punto di vista “Globalgroove” appare ancora piú
intransigente e profondo. La sua struttura ipertestuale é tentacolare
e in continua espansione; partendo da tre capitoli principali l’opera
si sviluppa in numerosi sottolivelli lineari (cioé non dialoganti
fra loro orizzontalmente va verticalmente). Le singole pagine offrono
un montaggio sincretico di segmenti e sequenze e l’esperienza é
quella di un’opera multiforme in cui si sperimentano i limiti e
la mediocritá dei linguaggi massmediali e la loro intrinseca insufficienza
nel creare conoscenza. Ma il messaggio veicolato da questi artisti non
é quello di semplice denuncia; essi ricombinano gli stili e i generi
della comunicazione globalizzata e globalizzante per rivendicare una estetica
che nasce proprio dalllo scarto, da ció che l’universo mediatico
ha creato, utilizzato ed espulso; puro culture jamming di matrice statunitense
che mira alla sovversione della grammatica comunicativa nazional popolare.
Come dichiarano gli autori stessi: «Globalgroove vuole produrre
assenza con un atto di forza inverso, rilanciando sull’insignificanza
col niente, sul visibile con l’apparenza, sul falso con l’illusione,
sul male col peggio».
Dal punto di vista della poesia elettronica la sezione più interessante
appare “Innervisions”, compresa all’interno del capitolo
(o piattaforma) tre, intitolato “Area 21”. Si tratta di un
gruppo di sette pagine in formato e-book costituite da segmenti iconico-testuali
e sequenze audio: autrice dei testi è Silvia Battista. Tra esse
rientrano nella definizione di webpoetry “La casa davanti al parco”,
“La preghiera del cammino”, “Paura del buio” e
“Il circo della preghiera”. Le opere sono caratterizzate da
un’estrema semplicita’ dell’interfaccia e linearitá
nel processo di lettura; la loro forza espressiva sta nella posizione
all’interno della macrostruttura di “Globalgroove”.
Tanto infatti questo risulta multiforme, caotico e tendenzialmente sovversivo,
tanto l’opera di Silvia Battista appare ordinata, intima e compiuta;
queste poesie abitano uno spazio estraneo al resto dell’impianto
topologico, parlano una grammatica mediale estranea, ed allo stesso tempo
si pongono come base memoriale di cui la rivolta linguistica di “Globalgroove”
si nutre.
Queste sembrano, per concludere, le direzioni verso cui sta andando
la poesia elettronica in Italia: innanzitutto la contaminazione estrema
dei linguaggi e dei generi, sia in senso diacronico che sincronico, sia
a fini sperimentalistici che di guerriglia culturale; poi la riflessione
su una poetica che predilige la dissoluzione del senso passando, a un
primo livello, attraverso la negazione del processo di lettura o la sua
delocalizzazione. Inoltre è da sottolineare come la parola scritta
(o forse dovremmo più spesso dire rappresentata) abbia trovato
nei new media inesplorate e complesse dimensioni grafiche e spaziali con
cui interagire, paradossalmente riscoprendo una tradizione che, andando
a ritroso dalle parolibere futuriste, ai sonetti ricombinanti di Queneau
e ai calligrammi di Apollinaire, attraverso i “versi intessuti”
e la “poesia iconica”, giunge fino ai “carmima figurata”
e i “technopaegna alessandrini”18.
A questo punto mi resta la presunzione di buttare uno sguardo in avanti,
azzardando una forse sterile ma comunque suggestiva previsione: come ha
esemplarmente sottolineato anche Brian Lennon19 nel suo ”Configurations
8.1”, la ridescrizione della monolinearità testuale sta passando
attraverso le nuove dimensioni dell’ibridazione, della simultaneità,
della possibilità e dell’interscambio delle forme, le quali
porteranno la posizione della nuova arte non in avanguardia, ma in uno
spazio che come ora non ci è dato pienamente di conoscere: «L’ibridizzazione
(della teoria con la pratica, dei corpi con le macchine), l’hacking,
il parassitismo, e altre non/totalizzanti, non/tecnocratiche forme di
impegno alla resistenza permeano la poetica dei nuovi media video/testuali
e le nuove opportunità della comunicazione e della critica (come
la distinzione tra comando e controllo) attraverso le forme di scrittura
che esse rendono possibili. Nella materiale simultaneità e negli
effimeri campi di questa pratica, la nozione di “avanguardia”
potrebbe apparire alla fine provinciale, assorbita all’interno della
sensibilità di un arte che si pone, a un tempo, qui e (sia virtualmente
che non) altrove.»20
Giovanna Di Rosario, Matteo Gilebbi.
( indice )
NOTE
1 Per una più esaustiva definizione si veda: Zinna
A., Le interfacce degli oggetti di scrittura. Roma, Meltemi,
2004
2 http://cmdrtaco.net/poemgen.cgi
3 http://www.polygen.org
4 Personalmente ho voluto tentare con l’home page
del Tg5 di Domenica 22 Gennaio 2006 ed ho ottenuto: Alitalia in programma
domani. potrebbero arrivare/a Domenica In ulteriore calo le forniture
di/rhum 21 gennaio Il caffè dello Stravinsky bar/archivio 22 gennaio
Creme Brule congelatina/di una settimana. Dalla/Russia arriva il presidente
dei/pazzi, come essi chiamano i/sindacati vanno avanti con assemblee e
profughi Nei/Balcani hanno combattuto su tutti i/non rom.
5 Indipendente dall’esistenza di un sistema precostituito
di simboli e significati.
6 http://www.leogeo.com/
7 http://www.poemsthatgo.com/gallery/spring2001/cruising.htm
8 http://www.poemsthatgo.com/gallery/fall2002/spawn/
9 http://www.onyros.com/
10 http://www.contentodesign.it/
11 http://www.bornmagazine.org/projects/candles/
12 «Tongues of rough words/lick the mind/Corrodes
the thought/infects the visions» («Lingue di parole confuse/leccano
la mente/corrode il pensiero/infetta le visioni»)
13 http://www.contentodesign.it/
14 http://www.contentodesign.it/cont/poesia%20che/1.htm
15 Turre le opera sono in formato Shockwave.
16 http://www.globalgroove.it/
17 http://www.momisdrunk.com/
18 Per un maggiore approfondimento della tematica si
veda: Giovanni Pozzi, La parola dipinta. Milano, Adelphi, 1981.
19 Consulta Configurations 8.1 The Johns Hopkins
University Press and the Society for Literature and Science. 2000 (Disponibile
su www.ekac.org/brilensec.html)
20 Hybridization (of theory as of practice, of bodies
as of machines), hacking, para-sitism, and other nontotalizing, nontechnocratic
forms of resistant engagement will inform a poetics of the new visual/textual
media and the new opportunities for communication and critique (as distinguished
from command and control), through forms of writing, that they make possible.
In the simultaneously material and ephemeral fields of such practice,
the notion of "avant-garde" may seem finally provincial, absorbed
into the sensibilities of an art that positions itself at once here and
(whether virtually or no) elsewhere. B. Lennon, Screening a digital visual
poetics. 2000. (www.ekac.org/brilensec.html)
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