LA
POESIA VISIVA
di Lamberto Pignotti (seconda parte)
Intanto si può però accennare alla diversa poetica, alla
diversa metodologia, che contraddistingue la produzione poetica italiana
di questo tipo da quella che si fa oltralpe; e ciò dando per scontato
che la rilevazione avrà i vizi di tutte le rilevazioni di carattere
generale: ogni accezione abbisognerebbe sempre di un discorso a sé.
In linea di massima si può asserire che le esperienze visive straniere
di questi ultimi anni si rivolgono, contrariamente a quelle italiane,
più alla poesia grafica che a quella visiva.
Non sempre la differenza fra le due aree espressive è tuttavia
netta e univoca. Abbiamo detto che alla base della poesia visiva c'è
sempre un rapporto fra parola e immaginale figurale; nella poesia grafica
invece il poeta tende piuttosto a rendere maggiormente visivo il materiale
verbale con opportuni accorgimenti tipografici, dattilografici o con scritte
a mano o incollate. Tale materiale può di volta in volta essere
ingrandito, rimpicciolito, dislocato in punti appositamente scelti della
pagina o del quadro (perché la poesia grafica, come quella visiva,
è studiata anche per essere appesa a una parete), rigorosamente
sistemato in schemi geometrici o simmetrici, accatastato alla rinfusa
ed asimmetricamente, spezzato, deformato, accentuato da sottolineature,
corsivi o diversità di caratteri tipografici, e cosi via.
Il rapporto parola-immagine figurale della poesia visiva viene sostituito,
nella poesia grafica, dalla parola che si fa immagine figurale. Ritornando
alla poesia visiva vera e propria, abbiamo detto che ad essa si rivolgono
gli interessi prevalenti delle attuali sperimentazioni di punta in Italia.
Da qualche anno, ma specie nel '64 e nel '65, si sono andate infittendo
da noi le mostre antologiche di questa poesia "da appendere al muro":
fra le altre ne ricordiamo quelle alla libreria Ferro di cavallo
e alla galleria Arco d'Alibert a Roma, quelle alla galleria Quadrante
e alla libreria Feltrinelli a Firenze; una mostra è stata
tenuta al Teatro Comunale di Reggio Emilia durante il secondo convegno
del Gruppo '63, un'altra alla Galleria Blu di Milano, un'altra
ancora alla libreria Guida di Napoli.
Di recente è stata anche sperimentata, con interesse da parte del
pubblico, una nuova forma di spettacolo che ha ad oggetto la poesia visiva:
durante il terzo festival del Gruppo 70 sono state infatti proiettate,
alla galleria Numero di Firenze, decine di diapositive di tali
esperienze di autori diversi. Un primo "censimento dei poeti visivi"
ha fatto registrare quindici nomi, che sono andati a costituire anche
una Antologia della poesia visiva (prima del genere in Italia e forse
nel mondo) pubblicata presso l'editore oggi più stravagante sia
in fatto di testi che di sperimentazioni grafiche: Enrico R. Sampietro
di Bologna.
I nomi dei poeti italiani a tutt'oggi apparsi in mostre collettive e inclusi
nell'antologia nominata sono quelli di Nanni Balestrini, Achille Bonito
Oliva, Danilo Giorgi, Alfredo Giuliani, Emilio Isgrò, Luca (Luigi
Castellano), Lucia Marcucci, Steliomaria Martini, Eugenio Miccini, Luciano
Ori, Lamberto Pignotti, Antonio Porta, Adriano Spatola, Luigi Tola, Guido
Ziveri. Fra i poeti elencati ve ne sono alcuni che non sperimentano mai
in proprio la parte visiva del testo, preferendo affidarsi per ciò
ad un pittore: è il caso per esempio di Giuliani (che ha poesie
visive in collaborazione coi pittori Gastone Novelli, Toti Scialoja e
Franco Nonnis), Porta (che ha come collaboratore Romano Ragazzi) e Spatola
(che elabora i suoi "manifesti" col pittore Giuseppe Landini):
altri poeti, pur facendo esperienze di poesia visiva in proprio, affidano
talvolta i propri testi anche ad alcuni pittori: è il caso di Miccini
e Pignotti che hanno opere visive in collaborazione con Antonio Bueno
e Roberto Malquori. Il caso della collaborazione fra poeta e pitore ha
fatto tuttavia nascere in taluni il dubbio se ciò dia veramente
luogo a forme di poesia visiva, o non piuttosto ancora a forme di poesia
illustrata, sia pure all'interno dello stesso contesto. Quel che si può
dire, e lo abbiamo già affermato, è che il pericolo della
"poesia illustrata" esiste anche per il poeta che sperimenta
da solo, oltre all'aspetto verbale, l'aspetto figurale. Ovviamente l'insidia
aumenta nel caso della collaborazione.
Abbiamo sopra notato che alla radice dell'odierna poesia visiva esiste
quasi una specie di tradizione, costituita da tutte quelle sperimentazioni
che durante vari secoli hanno cercato di superare dall'interno della poesia
la barriera della parola e di dare al verso un'evidenza anche pittorica.
Ma un'altra radice dell'esperienza in questione potrebbe essere agevolmente
reperita in quello che potremmo definire il tradizionale ricercarsi fra
poesia e pittura. Detto questo è scusabile per esempio trovare
in alcune poesie visive (e più facilmente in quelle che sono frutto
della collaborazione con pittori) tracce, suggestioni riprese in chiave
odierna che possono andare dal codice miniato al volume illustrato.
Ma come mai, si potrà obbiettare (visto che i versi hanno per secoli
teso ad essere evi-denti anche in senso figurativo, e visto che poesia
e pittura si sono spesso cercate), il fenomeno della poesia visiva è
"esploso" solo oggi?. E perché essa può trovare
ospitalità perfino in quotidiani e rotocalchi?
Almeno in parte la risposta risiede già nelle premesse da cui parte
l'attuale avanguardia: un discorso artistico nuovo può non essere
di necessità un discorso da iniziati. In sostanza si può
fare della poesia nuova attingendo non a moduli e materiali linguistici
istituzionalmente pertinenti all'universo di discorso poetico (vale a
dire: la poesia è una cosa che nasce dalla poesia, fatta da gente
che usa le regole poetiche per altra gente che conosce tali regole), ma
utilizzando moduli e materiali linguistici ampiamente usati da una data
comunità linguistica. Gli odierni linguaggi della comunicazione
di massa, come quello giornalistico, pubblicitario, burocratico, commerciale
e molti altri, vengono appunto largamente impiegati ed elaborati in alcune
sperimentazioni poetiche della nuova avanguardia, anche se in questo caso
si preferisce parlare, con calzanti espressioni, di superavanguardia o
di poesia tecnologica. A tal proposito è stato osservato che si
tratta ancora una volta di passare dal latino al volgare: d'altronde il
problema del rinnovamento della struttura e della comunicazione poetica
rientra in un più vasto e generale problema culturale.
La poesia visiva è per l'appunto l'espressione più evidente
della superavanguardia, della poesia tecnologica. Non solo essa attinge
ai mass-media (agli slogan più logorati dalla ripetizione, alle
figurazioni più familiari all'occhio del consumatore di rotocalchi)
ma potrebbe sfruttare gli stessi canali per contestarne il tipo di informazione.
La poesia visiva che — lo abbiamo detto altre volte — potrebbe
essere "contrabbandata" ad esempio sui manifesti stradali o
sulle scatole di fiammiferi, tende infatti ad appropriarsi dei moduli
e dei materiali dei mass-media ma per capovolgerne (quasi sempre in chiave
ironica) l'informazione utilitaria a di solito coercitiva in informazione
non gratuitamente estetica. Tutto qui il segreto della relativa fortuna
(no: non si tratta di un boom!) della poesia visiva: è un fenomeno
che nella società tecnologica e nella civiltà dell'immagine
appare a prima vista quasi familiare. Eppure ironizza, contesta, critica
e tende a capovolgere gli aspetti più negativi proprio, della società
tecnologica e della civiltà dell'immagine: « C'è il
rischio», si domandava tempo fa Gillo Dorfles, « che la nostra,
anziché passare ai posteri come una "civiltà dell'immagine",
sia destinata a passare come "immagine di una inciviltà"?
Ossia che l'abuso di immagini finisca per ritorcersi contro chi, di questo
abuso ha creduto di poter menare vanto con troppa superficialità?
» Si può dire in un certo senso che la poesia visiva raffigura
proprio la migliore ritorsione contro l'abuso delle immagini; una ritorsione
per di più operata nel rispetto della legge del contrappasso: quel
che è fatto è reso. La poesia visiva, è stato argutamente
detto, rappresenta in ultima analisi una merce respinta al mittente: dalla
comunicazione del fumetto, della pubblicità e del rotocalco nasce
la poesia contro-fumetto, la poesia contro-pubblicità, la poesia
contro-rotocalco.
Certo è che la poesia visiva (e la poesia in genere) potrebbe diventare
una concreta arma di contestazione se dal suo essere "potenzialmente
di massa" potesse trasformarsi in un fenomeno "effettivamente
di massa" la sua carica risulterebbe infinitamente accresciuta se
essa potesse pervenire a sempre nuovi pubblici. Ma a questi bisognerebbe
far trovare la poesia nei luoghi e nei momenti più impensati. D'altronde
si tratta di un problema che riguarda tutta l'arte moderna: la pittura
non si sente più a suo agio nei musei e nelle gallerie, la musica
evita spesso la sala del concerto, la poesia tende a sottrarsi al libro.
« Una delle costanti più vistose della poesia moderna è
la sua "fuga" dal libro », ha scritto Nanni Balestrini:
« nella sua forma attuale questo oggetto è divenuto ormai
inospitale e limitante per la poesia, e soltanto per consuetudine viene
ancora usato dai poeti. » E parallelamente Dorfles: « Cosa
rappresenta ormai il libro stampato? Fino a quando questo curioso oggetto
rettangolare e pesante gremito di piccoli caratteri grigi e monotoni continuerà
a "informare" l'uomo attorno ai grandi e piccoli problemi della
vita? Non mi sembra assurdo ne improbabile che già oggi è
la TV, sono le scritte pubblicitarie, i cartelloni, il cinema, e in una
parola, la ubiquitaria presenza d'immagini artificiali (o rese tali dalla
loro riproduzione e trasmissione meccanica) a popolare l'universo urbano,
a informare su ogni settore dell'attività umana, a sostituirsi
alla parola scritta per trasformare sempre di più la nostra civiltà
in un'epoca dominata dal.culto e dal mito delle immagini. »
La battaglia che la superavanguardia sta oggi conducendo verte proprio
su questo punto: fare uscire la poesia da quel "nascondiglio"
che ormai rappresenta il libro per collocarla al livello dei mezzi di
comunicazione di massa. Può darsi che l'operazione celi anche un
pericolo: non ci sono già le canzonette come prodotto estetico
di massa?, è stato obbiettato. Tuttavia a noi pare che l'obbiezione
metta semmai giustamente l'accento su certi aspetti negativi della quantizzazione,
non sulla quantizzazione in se medesima: una canzonetta, un fumetto o
un sesterno ad esempio non sono prodotti di per se stessi spregevoli,
anche se di larga circolazione. In fin dei conti tutto dipende dalla novità
e dalla qualità del messaggio, sia esso fumettistico o poetico.
Solo qualche incallito selezionatore dei generi artistici oserebbe collocare
oggi le strisce di Differi o di Schuss fra i prodotti dozzinali: la circolazione
e il consumo di massa di un prodotto non equivalgono al suo intrinseco
declassamento. D'altronde la super avanguardia non propone di per sé
che il pubblico faccia delle indigestioni di poesia tecnologica e di poesia
visiva, ma si limita a far si che il "non addetto ai lavori"
possa avere più spesso l'occasione di imbattersi in tali generi
di poesia: se non altro, per abitudine, esso imparerà gradatamente
a discernere il meglio dal meno peggio, il prodotto originale da quello
contraffatto. Per far questo infatti non occorre alcun "esame finestra"
ma un continuo e grande numero di prove e di confronti.
Lamberto Pignotti
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LAMBERTO PIGNOTTI
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