LA
POESIA VISIVA
di Lamberto Pignotti (prima parte)
La poesia in Italia è di casa ma non è mai stata popolare.
Nonostante che durante vari secoli più di un poeta, per la sua
levatura internazionale, si sia collocato fra le "merci di esportazione",
l'attività di chi scrive in versi non gode fra noi eccessiva stima.
Almeno in parte il fenomeno è forse da attribuirsi alla superproduzione
del prodotto, e più ancora alla sua potenziale offerta: non è
poi tanto paradossale quel luogo comune che ravvisa in ogni italiano un
poeta. Ma una ragione ancor più sottile va senz'altro ricercata
nel fatto che la poesia, un po' per colpa dei professori di "belle
lettere", un po' per colpa di qualche poeta del passato (remoto o
prossimo), viene di solito associata a qualcosa che non ha niente a che
vedere con la vita di tutti i giorni e che di conseguenza non merita di
essere presa in considerazione. Ciò vale a maggior ragione per
la produzione degli autori viventi, i quali non possono neanche avvantaggiarsi
di quella fetta di mito che la morte sembra talvolta procacciare a qualche
poeta: tipici a tal riguardo gli esempi di Garcia Lorca e di Dylan Thomas,
le cui premature scomparse paiono aver solleticato i favori del pubblico
nei riguardi dei loro versi.
È in questo quadro che si inserisce il discorso dell'avanguardia
poetica: fin dal suo nascere, e specialmente in quel ventennio del nostro
secolo che va all'incirca dal 1910 al 1930, ma ancor più concretamente
in questi ultimi anni, essa ha tentato di infrangere un tale schema mentale,
E ciò sia direttamente con testi insoliti, sia indirettamente con
una diversa impostazione dei problemi culturali. In altre parole l'avanguardia
si è posta, oltre che il tradizionale problema della creazione,
quello più moderno del rapporto col pubblico. Famoso ed emblematico
in tal senso resta ormai lo slogan: "Èpater le bourgeois!"
Ad ogni modo lo "scandalizzare il borghese" non esaurisce di
per sé la questione del rapporto creazione-fruizione. Anche la
poesia è un prodotto che solo raramente passa "dalla fabbrica
al consumatore".
Di qui il problema delle avanguardie attuali: visto che anche il colpo
a sensazione, il pugno nell'occhio, la ricerca dell'inconsueto, oltre
che costituire un evento a limitato raggio d'azione, alla lunga genera
sazietà e indifferenza proprio in quel pubblico che si voleva scuotere,
bisogna sperimentare nuovi tipi di poesia e insieme tendere a nuovi rapporti
di comunicazione. E proprio qui risiede forse la differenza fra le avanguardie
tradizionalmente intese e quelle odierne: più attente a èpater
le bourgeois le prime, più interessate alla teoria della comunicazione
le seconde.
Non è un caso che gli scritti teorici e critici dell'avanguardia
d'oggi abbiano bandito dal proprio vocabolario "parole in libertà",
"nonsensi", "cadaveri squisiti", e simili, per accogliere
invece espressioni meno pittoresche ma più attendibili come "obsolescenza",
"entropia", "neg-entropia", "secondo principio
della termodinamica", "bit", (o "segnale binario"),
"rumore", "ridondanza", "codificazione",
"decodificazione", ecc.
Ovviamente l'interesse per la teoria della comunicazione, nell'ambito
della poesia di punta, non è volto al momento teoretico e scientifico
della teoria ma si fonde a motivi di ordine in senso lato sociologico.
Infatti l'altro polo delle ricerche saggistiche dell'avanguardia odierna
lo possiamo situare in quella vasta problematica che ha ad oggetto la
società di massa e i suoi mezzi di comunicazione, come la radio-televisione,
il cinema, la stampa a larga diffusione, la pubblicità e così
via.
A che cosa mirano l'interesse per la teoria della comunicazione e l'attenzione
ai problemi della società di massa? In sostanza essi mirano ancora
una volta a dar ragione e a tradurre in termini concreti il famoso apologo
di Maometto e della montagna: se il pubblico non cerca la poesia, la poesia
deve cercare il pubblico.
Al limite di questa semplice constatazione ci si è accorti che
anche la poesia può diventare un mezzo di comunicazione di massa.
Anzi, una parte della produzione poetica odierna è già,
potenzialmente, un mezzo di comunicazione di massa. Come parallelo si
potrebbe pensare a uno slogan pubblicitario coniato ma non ancora immesso
in circolazione. In base a questo criterio è stata avanzata l'ipotesi
che se certa poesia venisse per esempio trasmessa (come i messaggi pubblicitari)
dagli altoparlanti degli stadi negli intervalli delle partite di calcio,
o inserita nei caroselli televisivi, essa potrebbe gradatamente interessare
un pubblico di massa.
Altre proposte in questa direzione sono state fatte per far si che la
poesia trovi ospitalità sulle scatole di fiammiferi, sui pacchetti
di sigarette, sulla carta da involgere, sugli affissi murali e perfino
su giganteschi pannelli da disseminare lungo le autostrade. Ma in questi
casi le proposte, per ora solo teoretiche dell'avanguardia, riguardano
più specificamente la poesia visiva, quella poesia che da qualche
anno sta interessando un pubblico via via più numeroso, ma non
ancora di massa.
Si può dare una definizione della poesia visiva? In linea di massima
si può affermare che essa è una forma di espressione che
sperimenta a vari livelli dei rapporti fra parole e immagini figurali,
perseguendo finalità e fondendo risultati in un contesto unico.
Almeno da un punto di vista teorico essa rappresenta un'estensione delle
possibilità della poesia, che istituzionalmente si affida solo
al materiale verbale e alle sue proprietà combinatorie, significative
e comunicative (cioè: sintattiche, semantiche, e pragmatiche),
poiché si pone anche dei problemi che fino ad oggi sono stati affrontati
dalle arti visive e specialmente dalla pittura. Tuttavia la poesia visiva
non è ne una pìt'tura con le parole, ne una poesia con le
figure. In altri termini (e quando essa sia veramente riuscita) le parole
non devono fare da commento a delle autosufficienti immagini visive, ne
queste ultime devono risultare l'illustrazione di un testo che basta a
se stesso. La poesia visiva per essere tale, pretende un effettivo rapporto,
una vera interazione, fra parole e immagini visive in un unico contesto,
(che in genere assume l'aspetto del collage e più raramente si
affida a elementi dipinti o disegnati), e non la loro semplice convivenza.
Le componenti verbali e quelle visive non dovrebbero essere proposte ne
dovrebbero poter essere fruite separatamente, a meno di fraintendere o
voler fraintendere il senso di una tale esperienza: in altri campi un
equivoco del genere si avrebbe in chi assistesse a un film per ascoltarne
solo la colonna sonora, o in chi stesse a sentire il Barbiere di Siviglia
per sapere come va a finire. Schizzata sommariamente una specie di carta
d'identità della poesia visiva, bisognerà accompagnarla
con qualche cenno storico, con qualche particolare, con qualche nome.
Intanto bisogna dire che questo genere di poesia, affacciatosi anche con
una certa prepotenza come argomento del giorno nell'ultimo scorcio del
64 (oltre che un oggetto di dibattiti e di esposizioni di avanguardia,
la poesia visiva ha costituito un argomento appetitoso per i grossi quotidiani,
per i rotocalchi e per le riviste che ne hanno talora riportato serie
di riproduzioni), pur costituendo innegabilmente un'operazione di prima
linea, ha non pochi precedenti che, opportunamente allineati e approfonditi
da qualche storico della letteratura, potrebbero addirittura rappresentare
gli anelli di una vera e propria tradizione. Fra le poesie in forma di
pavone o i "carmina figurata" degli alessandrini e la poesia
emblematica del seicento si potrebbero assai agevolmente reperire degli
esemplari da riallacciare all'esperienza di cui stiamo discorrendo.
Si potrebbe anche accennare al Còup de dés di Mallarmé
e al Phantasus di Arno Holz. Ma solo con le Parole in libertà di
Marinetti, con i Calligrammes di Apollinaire e con le i-Gedichte di Schwitters
(siamo all'incirca fra il 1914 e il 1920) si può cominciare a parlare
di poesia visiva nel senso che ci interessa. Ricerche in tal senso sono
state anche compiute da Govoni, Cangiullo, Soffici ed altri futuristi
in Italia; da Francis Picabia, Tristan Tzara, Marcel Duchamp, Andre Breton
ed altri, in genere dadaisti o surrealisti, all'estero. Tale genere di
sperimentazione va però sempre più spegnendosi durante gli
Anni Trenta per riprendere vigore sul finire degli Anni Cinquanta e specialmente
in questi Anni Sessanta. Fra gli stranieri, che preferiscono parlare oggi
di "poesia concreta", accenneremo qui alle attuali sperimentazioni
visive del gruppo brasiliano di Noigandres comprendente i poeti Décio
Pignatari, Augusto e Haroldo de Campos, Ronaldo Azaredo e
José Lino Grùnewaid, ai poeti svizzeri Eugen Gomringer e
Markus Kutter, a quelli tedeschi che fanno capo al teorico Max Bense,
a Diter Rot, Heinz Gappmayr, Franz Mon ed altri. Delle sperimentazioni
italiane in atto ci occuperemo più a lungo è direttamente
nel corso del presente scritto.
Lamberto Pignotti
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LAMBERTO PIGNOTTI
"Siete ancora in tempo"
Collage su cartone
Cmm. 70x50, 1964 |