UN'ARTE
TOTALE DELLA PAROLA
di Adriano Spatola Esiste ormai una teoria generale della scrittura
visuale, così come esiste una teoria generale della poesia sonora.
Dico "teoria generale" alludendo a una ipotesi totale di arte
della parola. Questa ipotesi non è una semplificazione, ma un'analisi
globale del problema: dal graffito alla pubblicità televisiva,
dall'urlo alla musica elettronica troviamo continuità mentale,
pur nella diversità profonda dei comportamenti e delle tecniche.
L'arte della parola, dall'originario balbettìo all'odierna frantumazione,
ha seguito un suo itinerario tortuoso. Anche la forma grafica della parola
ha avuto periodi di splendore ed epoche di imbarbarimento e di opacità.
In linea di massima, potremmo far coincidere i primi con l'esaltazione
del significante, e le seconde con il predominio del significato bruto.
Da un lato la calligrafia islamica intesa come ornamento di nomi allusivi
alla divinità, dall'altro il comunicato-stampa conciso e ridotto
a pochi dati essenziali. Tuttavia direi che questa è una contrapposizione
manichea e ingiustificata: dopo gli studi di McLuhan ogni aspetto della
comunicazione ha non soltanto una sua motivazione ma anche un suo fascino
coinvolgente. Lo stesso impegno culturologico di McLuhan, ad esempio,
sarebbe impensabile senza un progetto di media totali. La tradizione della
parola parlata o scritta lascia il posto alla parola visiva o sonora,
acquistando così un nuovo ruolo nel tempo e nello spazio.
Altri hanno anche studiato un fenomeno che si potrebbe definire di "risacralizzazione"
— all'interno dei media più popolari — di certi significanti
ormai perduti. Ed è evidente che la poesia visuale e sonora attua,
nel suo ambito specifico, un'operazione non dissimile. Il recupero della
voce umana in un uso libero da regole di "bel canto" o comunque
di melodia è indubbiamente una risacralizzazione dell'urlo primordiale,
o almeno della litania primitiva, come hanno dimostrato i Lettristi.
Allo stesso modo molta poesia visuale usa tecniche gestuali la cui violenza
dissacratoria non fa che risacralizzare un messaggio di tipo sciamanico,
che ha motivazioni legate al rifiuto di una logica imposta attraverso
la ripetizione "da fuori". Portino l'ordine apparente della
poesia concreta non ha andamenti obbligati ma tende a evidenziare —
insieme alla struttura dei suoi testi — il carattere organico della
progressiva "sostituzione di senso" delle parole.
Vediamo parole sulla T-Shirt come vediamo parole sull'autotreno
o sull'autostrada. La collocazione modifica la parola. In Germania ho
visto un camion con la scritta "Nobel - Dynamiten": si tratta
dello stesso Nobel del Premio. Nell'universo artistico, la sostituzione
della parola al segno figurativo o astratto ha provocato uno shock di
questo genere. Si trattava di una relazione "ovvia" tra significante
e significato che andava riscoperta e rivalutata. Ma questa owietà
è anche un modello di distorsione spaziale e temporale per i nostri
rapporti con l'immagine.
I media di massa contemporanei non sono gli stessi di vent'anni fa, e
naturalmente non erano concepibili all'inizio del nostro secolo. Un pittore
cubista incorporava frammenti di giornale nel suo quadro ad olio perché
la grafica del giornale non era riproducibile ad olio, ma soprattutto
perché la grafica del giornale aveva una sua esistenza separata
da quella della pittura, una esistenza "lontana" dovuta alla
quotidianità. Il pittore cubista si "appropriava" del
pezzo di carta stampata con un gesto da selvaggio, o meglio da bricoleur
1 per possederne l'anima gutenberghiana nella sua interezza
e immediatezza.
Su questo aspetto "magico" della questione i poeti visuali sono
di solito scettici. A parte il poème-objet surrealista, sono pochissimi
e quasi sconosciuti gli esempi di dichiarata appropriazione della parola
in sé. Questo, voglio dire, nella teoria e nelle poetiche, non
nella pratica. Appropriazione è anche, in questo campo, quella
che riguarda uno slogan
pubblicitario, un marchio, una fotografiaecc. La tecnica dell'appropriazione
e dell'uso di materiale visivo preesistente non si pone limitazioni. A
volte le immagini "rubate" sono come i rumori introdotti in
un testo sonoro per disturbare chi ascolta, a volte invece si vuole una
identità, o almeno una corrispondenza, tra l'elemento oggettivo
e la dichiarazione soggettiva.
Infatti, e contrariamente all'apparenza, molta della poesia visuale e
sonora nasce da un gesto soggettivo ed individuale a livello non tanto
di mass media quanto di ricerca di sé. Non è una interpretazione
"romantica" o "intimistica" del fenomeno, ma una indicazione
verso l'enorme sproporzione esistente tra il materialismo tecnologico
della comunicazione e il momento, la volizione del gioco sul segno-parola.
"Il poeta, proprio perché fallito come filosofo, non poteva
non diventare manipolatore di segni", scrive Luigi Ballerini2.
Affermazione, anche questa, fondamentale nella sua "owietà":
tanto che potrebbe coinvolgere, su questo argomento, perfino Goethe (si
veda un abbastanta recente numero del Verri). Ma intanto l'educazione
alla memoria e consultazione dell'avanguardia storica mi fa spostare il
discorso su una frase del dadaista Otto Flake, che scrive: "È
una banalità filosofica che la negazione rappresenti una forma
di presa di posizione, un sì mascherato"3. Questo
è forse un modo di chiudere il cerchio proprio sull'idea che una
poesia totale, pur nella negazione di certi valori comunicativi controllati
dall'esterno, può essere o dichiararsi soprattutto abilità
artigianale di rimettere in questione le parole—e attraverso le
parole—una filoso-
fia del mondo.
Filosofia del mondo, oppure filosofia di una cultura che pratica evidentemente
e ambiguamente sia la scrittura che l'immagine, e che, a volte, esclude
la scrittura in nome della presenza dell'immagine: le parole, anche quelle
perdute, ne sarebbero forse allora una mitica coscienza.
Ha scritto Derrida che la «inflazione del segno "linguaggio"
è la inflazione del segno stesso, l'inflazione assoluta»4.
D'altra parte per i poeti visuali o sonori è proprio questa crisi
a motivare l'atteggiamento creativo, o comunque la disposizione intellettuale
verso un accadimento comunicativo (che una volta si chiamava "messaggio).
La nozione di messaggio non va respinta, poiché integra e aiuta
un certo numero di comportamenti linguistici tipici della poesia visuale
o sonora senza tuttavia imporre schemi fissi.
Comunque, anche il messaggio costituisce un segno usurato, più
adatto a essere interpretato che a interpretare; molti dei "lettori"
di poesia visuale si rendono spesso complici di un testo che è
citazione ripetuta e infinita, in quanto il testo riprende e sviluppa
il tema della negazione.
In queste osservazioni non esiste argomento di giudizio: è un invito
a esaminare un groviglio incontrollato di produzioni linguistiche che
sfuggono perora a un sistema onnicomprensivo "chiuso"; inoltre
credo sia difficile affidarsi a un tale sistema chiuso se non si ha una
visione semplicistica e strumentale del linguaggio.
È per questo forse che recentemente è cresciuta l'indistinzione
tra la poesia sonora e la poesia visuale. Non c'è oggi classificazione
di tecniche poetiche senza ricorso a terminologie comuni. L'ambito della
scrittura è, nella sua storicità, in dispersione, senza
peraltro accettare una teoria distruttiva. Si pensi al termine "strumentazione"
in musica..
Tutto ciò porta a smentire qualsiasi tipo di misticismo estetico,
ma non la fiducia nel potere evocativo di alcune nozioni: ad esempio,
l'idea che il fruitore sia in qualche modo sempre garanzia del "valore"
del messaggio. Al contrario, può accadare che il fraintendimento
sia notevole, fino a contribuire alla disorganizzazione del messaggio
stesso (magari con risultati tutt'altro che privid'interesse).
Se la poesia sonora diventa facilmente "spettacolo", e qui riprendiamo
l'accenno al termine "strumentazione", la poesia visuale tende
in fondo allo stesso obiettivo: non spettacolo di gesti, di note o di
rumori, ma spettacolo bloccato in un istante del suo percorso grafico
o scenografico. Per concludere, gli sviluppi contemporanei della poesia
visuale e sonora sono segnali (in varia combinazione) di una decisione
diffusa di chiarire, su basi non soltanto statistiche, il problema della
supposta fine del messaggio. Con un recupero della qualità emotiva
che mi pare fondamentale.
Adriano Spatola
(1) Non ricordo se Lévi-Strauss ha accennato a questo aspetto del
problema, comunque rimando genericamente al suo Il pensiero selvaggio,
II Saggiatore, Milano, 1964.
(2) L. Ballerini, La piramide capovolta, Marsilio, 1975
(3) L'Avventura Dada, a cura du G. Hugnet, Mondadorì,
1972
(4) J. Derrida, Della grammatologia, Jaca Book, 1969.
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ADRIANO SPATOLA
"Poesia Visiva"
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