PAOLO
BRUNATI URANI
Il corpo della parola
La più grande scoperta che si possa fare dentro la propria
lingua madre è la sua incomprensibilità. Scoprire che non
è soltanto un sistema di suoni e di segni per manifestare le proprie
emozioni e scambiarsi nozioni, informazioni, concetti, idee, come si era
creduto finora, ma che nella propria lingua madre i nomi delle cose si
staccano dalle cose.
Scoprire che diventano altre cose. Come i corpi dei morti che ci furono
cari, al cui cospetto non sappiamo più con certezza se l'oggetto
del nostro bene si sia involato o invece sia proprio quella cosa lì
che, inspiegabilmente, più non ci risponde.
Chi fa una simile scoperta conosce uno stato di smarrimento e, insieme,
di curiosità e deve essere disposto a partire per una cerca in
territorio inesplorato paragonabile a quella dell'Eldorado o delle mitiche
sorgenti dell'Orinoco.
Costui giunge all'incomprensione e all'incomprensibilità della
Parola perché ha saputo a mano a mano, a uno a uno toglierle tutti
i veli che la ricoprivano per arrivare così alla rivelazione del
suo corpo nudo, cioè del puro segno, della forma, dell'impronta
della Parola (quando si tratti di Parola scritta) e del suono della modulazione,
del tono (quando si tratti di Parola orale).
La situazione di coloro cui si è rivelato il corpo della parola,
che sono giunti al cospetto della sua incomprensibilità, è
simile a quella del ragazzino che per la prima volta ha accanto a sé
il corpo in carne ed ossa di una donna nuda e, benché già
conosca com'è fatta una donna, per averne letto, per aver visto
figure, non sa bene che cosa e come fare, Questo succede a chi si trova
davanti al corpo della Parola. Io credo che debba denudarsi anche lui.
È una sorta di nozze che si consumano grazie al crollo del significato,
cioè all'avvento dell'incomprensibile, al riapparire del Segno
restituito alla sua libertà.
Quegli sposi si trovano però di fronte a un compito improbo: come
partecipare agli altri le loro nozze? Il fatto che l'annuncio sia possibile
soltanto a nozze avvenute li ammutolisce. Gli impostori e i maldestri
ricorrono a trucchi come quegli impresari da baraccone che girano le fiere
dei paesi esibendo la Donna Giraffa, la Donna Ragno che sono soltanto
un gioco di specchi.
E gli onesti? Al di fuori del testo, della narrazione, della conversazione,
insomma al di fuori dei suoi a(m)biti consueti, la Parola nessuno la (ri)conosce.
È considerato quasi sconcio - ed è comunque delicatissimo
- mostrare la tridimensionalità della Parola, la sua fisicità,
il suo possedere una massa, la sua natura che mi azzarderei a definire
staminale per la possibilità che offre, liberata dai Nomi, di farla
crescere in qualsiasi forma.
Trovarsi ad affrontare questi cominciamenti comporta una perdita di identità
dell'artista (chi esplora questi territori è dunque un artista?
D'ora in poi lo chiameremo così). Comporta che avvenga in lui un
mutamento. La sua è una trasformazione spirituale come quella che
subisce l'alchimista nel corso dell'opera di trasmutazione della materia.
E comporta pure lo smarrimento che dicevo. Da cui alcune sregolatezze,
vedi anche alcune originalità, alcune intemperanze. Vedi anche
alcuni eccessi dell'artista qui giunto. Che oscilla tra parola e persona,
tra persona e parola. A volte è una a volte è l'altra. Allo
stesso modo che in ambiente quantistico una particella oscilla tra massa
ed energia.
Si capisce bene che pretendere una codificazione, ossia una poetica, un
manifesto, anche una semplice cronaca di questo agire è insensato.
Sparirebbe immediatamente l'incomprensibilità della propria lingua
madre che l'artista ha faticosamente raggiunto superando il fortunale
in cui si è trasformata, da vento in poppa che era. Tuttavia è
necessario che ciò avvenga, che egli accetti di essere crocifisso
dalla sua lingua, che ne provi l'estraneità sulle proprie giunture.
L'uomo che voglia sperare in qualche salvezza io credo che il sistema
più a portata di mano sia per lui la Parola. Ma deve prima, e per
primo, scoprire la sua estraneità. La sua lingua madre deve farlo
nascere all'incomprensibile.
La Parola che ritorna Verbo.
Una lingua che non conosce.
Una lingua che non ha mai conosciuta. Una lingua cui la maggioranza ci
muore dentro come in una cassa. Così come la maggioranza muore
dentro il proprio nome senza mai essersi dato nemmeno uno pseudonimo.
Muore in uno stato anagrafico, matricolare, matricolato. Non muore da
autore. Soltanto l'uomo che prova smarrimento davanti alla pericolosità
estrema e all'estraneità della propria lingua madre può
verificare quanto la forza della Parola sia grande, sia potente, sia meravigliosa.
Costui è capace di rivivere sotto la parola che dice TAVOLO tutte
le avventure che da bambino viveva sotto l'omonimo mobile trasformato
ora in fortino ora in igloo ora in tenda degli indiani.
Allora scopre che la propria lingua madre a sua volta non è un'unica
lingua. È invece una minuscola parte di una miriade di altre lingue
madri a lui incomprensibili.
Voglio con questo dire che la comprensibilità della propria lingua
madre non è realmente tale, ma l'accettiamo come accettiamo la
donna che ci ha messo al mondo. Una perfetta estranea con la quale il
legame è poi diventato quello che tutti sappiamo. Uguale a quello
che ci lega alla Parola.
È meraviglioso, tuttavia che quella lingua madre che pratichiamo
senza esserne consapevoli, senza conoscerla, che usiamo disinvoltamente
e fluentemente, sia proprio lei ad offrire una via d'uscita così
come in principio, secondo la leggenda, fu il Verbo a permettere a dio
di sfangarla e di non rimanere per sempre un perfetto sconosciuto. Ed
è miracoloso come le (lingue) madri siano inesauribili, che ogni
nuovo nato, fossero anche milioni, ne trovi sempre una a disposizione,
come in una moltiplicazione dei pani e dei pesci.
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PAOLO BRUNATI URANI
"Poesia con/creta (particolare)"
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