ADRIANO
ACCATTINO
La parola mostra il suo corpo. (prima parte)
La parola ha un corpo? Certo può dirsi che ha un corpo, ma anche
che l'ha diverso dal corpo umano; corpo sì, ma di parola. Un corpo
non necessariamente è fatto di carne, ma è una presenza,
la conseguenza di una presenza, il suo effetto persistente. La parola
ha questa presenza e dunque ha un corpo: questo è la sua forma,
la sua figura liberata da ogni ripercussione linguistica o semantica.
Il corpo della parola è la sua forma figurale destituita del senso
o almeno indipendente dal senso; è la sua buccia, il suo scafandro,
la sua mummia avulsa dallo spirito di significato che l'abita. Il corpo
della parola è la sua configurazione, il suo modularsi scuro sulla
carta, l'immagine delle sue lettere, l'ombra proiettata; e allora il corpo
è estremamente mutevole, poiché cambia con il cambiare della
lingua e dell'espressione, ma questo ne fa la ricchezza. Il corpo della
parola così coincide con la sua rappresentazione grafica, suggestiva
e variabile. Prendere una parola per il suo corpo significa sceglierla
esclusivamente per le sue fattezze; e questo non costituisce una lettura
riduttiva, una considerazione superficiale, ma qualcosa di aggiuntivo
che considera visivamente la parola. Prendere una parola per il suo corpo
aggiunge forma al senso.
Che cosa resta della parola quando la si destituisce di senso? Una forma
statica che abbiamo definito corpo; ma ci si rivela subito la parzialità
di una concezione del genere in quanto configura il corpo della parola
come corpo morto, immobile, definitivo. Ma questo non è il solo
corpo della parola; esiste un corpo non morto ne morente ma vivente ed
è la figura della parola non svuotata di senso. Che ragione c'è
per rivolgerci solamente al corpo di una parola destituita di senso e
non a una parola piena di senso e d'un senso mutabile, cioè vivo?
In tal caso la parola mostrerebbe il suo corpo che sarebbe un corpo mutante,
strettamente connesso al suo senso, che è variabile. La pienezza
e il movimento del senso attribuiscono alla parola un corpo vero e proprio,
anche se è faticoso concepirlo mentre riuscirebbe più facile
immaginare il corpo della parola come un residuo o una traccia. Ma il
nostro sforzo creativo deve dirigersi verso il difficile corpo della parola
vivente.
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Notiamo come un canto si alimenti di un numero basso di parole: questo
succede perché la loro assunzione in musica le incrementa e le
estende nel tempo. Così, ugualmente, nella scrittura verbovisuale
le parole sono estremamente ridotte di numero: questo succede in quanto
risulta intensificata la resa corporale delle parole e delle lettere così
che basta poco per fare molto. Si moltiplica l'effetto letterale delle
parole e il loro corpo espanso riempie la tavola.
La verbovisualità e la musica sono pratiche che, pur estremamente
differenti, si assomigliano nel loro rapporto con la parola: la musica
accentua ed espande la parola sul versante della resa sonora, la verbovisualità
si concentra sulle caratteristiche formali e visuali del corpo della parola.
Chi avrebbe detto che la parola fosse così feconda nella declinazione
delle sue facoltà? La verbovisualità illumina una serie
infinita di possibilità connesse alla considerazione formale del
corpo della parola, così come la musica rivela tutta una serie
di possibilità collegate al suono della parola; e queste si aggiungono
alle sterminate possibilità della parola in ordine al suo senso
e significato, campo questo privilegiato finora così da sembrare
l'unico. Allora senso, suono e segno costituiscono una triade di possibilità
della parola piena, da cui si diramano tre dimensioni estese, tre piani
autonomi, ma anche capaci di intersecarsi.
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L'idea di dipingere la poesia ha sempre traversato il cervello dei poeti
e nutrito la loro ambizione; scrivere dipingendo o dipingere scrivendo,
dare alle parole figura e forma visibile costituisce un'ambizione senza
tempo. D'altra parte, dipingere la scrittura e poetare la pittura s'incontrano
e si legano tra loro. Che distanza c'è tra un poeta e un pittore?
Che differenza? Molta, ma è possibile che l'uno sia contemporaneamente
anche l'altro e allora ecco un poeta che si mette a dipingere qualche
verso e utilizza delle parole nei suoi dipinti. La verbovisualità
è l'arte pittorica per eccellenza dei poeti; un artista verbovisuale
è per forza un poeta: lo rivela la necessità di mettere
lettere e parole nelle sue opere. I dipinti diventano pagine più
che quadri: ecco la verbovisualità necessaria alla categoria tutta
speciale degli artisti-poeti. La parola si fa figura, la lettera immagine;
un'apparente confusione crea un evidente vantaggio, il valore aggiunto
di una pratica che cavalca nell'interstizio tra i due ambiti, che scorrazza
in un territorio intermedio, in una terra di nessuno dove ci si sente
finalmente liberi.
La verbovisualità ha l'ambizione di rappresentare il verbo, che
è la parola: rappresentare la parola significa esibirne le potenzialità
implicite. La parola costituisce un nodo di senso o sensi soddisfacenti
che funzionano in uno scambio sintetico e non estetico; il verbo abita
il vento, colpisce e non apparisce; il verbo non lo vedi, passa come un'aria
e gli occhi non l'incontrano; il verbo si muove, incide, ma non si mostra.
La grande ambizione della verbovisualità è quella di mostrarne
i segni; ed essa contraddice, in questa sua tensione, la natura stessa
del verbo poiché vuoi fermare e appuntare quello che trascorre;
vuole dare forma stabile a ciò che invece impenitentemente si tramuta.
Ma il verbo non si arresta e la verbovisualità volge la sua attenzione
più al verbo che è scoccato che al verbo mentre scocca,
al verbo passato, del quale appunta e interpreta le tracce. La verbovisualità
è un'arte indagatrice, un'arte storica: quando il verbo si è
posato ecco che lo assume e lo rappresenta ne più ne meno come
fanno le altre arti: e lo sforzo di voler rappresentare e manifestare
il verbo, anche se passato, riscatta questa ambizione, che altrimenti
sarebbe mortuaria.
Rappresentare la parola che è passata, quando è passata,
equivale a ricomporla nella sua forma, ricostruire secondo una natura
stabile ciò che fu mobile, in una forma visibile ciò che
fu invisibile: questo è il versante statuario della verbovisualità.
Ma esiste un altro versante che non da composizione al verbo passato,
al verbo che ha operato e si è posato ed è stato colto e
appuntato sull'album; esiste uno sforzo verbovisuale che vuol cogliere
e rappresentare il verbo mentre suona; allora la verbovisualità
corre così vicina al verbo che diventa essa stessa verbo. Non solo
coglie, ma sollecita il verbo e crea il verbo e del verbo mentre suona
da una manifestazione. La parola allora esibisce il suo suonare; il suo
suonare e scoccare lasciano un segno, producono un'evidenza che la verbovisualità
ha determinato e registra. In questo senso, la verbovisualità non
rintraccia più i segni ipotetici del verbo che è trascorso,
non rincorre e non ricostruisce nulla, non è statuaria ne storica,
ma essa stessa, in maniera originale e autonoma, sollecita e solleva il
suo verbo ed è un verbo di tipo speciale. Ecco la verbovisualità
che ha le sue speciali parole: queste sono figure, forme sonanti che restano
visibili e si compiono non solo nell'etere ma lasciano le tracce sgranate
delle loro scie. Questa è la specialità della verbovisualità,
quella di scovare un verbo che non solo suona ed è efficace ma
è anche capace di rappresentarsi e di connotarsi in dimensioni
che al verbo si sarebbero dette estranee.
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La verbovisualità nasce da contaminazioni, da incroci, da trasformazioni.
I suoi stessi componenti adopera non in modo appropriato ma del tutto
distorto; così del suo componente principe, la scrittura, non usa
il senso proprio che è appunto il senso, il significato, ma sorprendentemente
elegge le forme delle parole e delle lettere che la compongono. È
pratica bizzarra e imprevedibile: le parole sceglie per la figura trascurandone
il senso, le parole poi sovrappone e accatasta per ottenere qualcosa che
altrimenti non direbbero. Al significato delle parole è indifferente,
così sceglie per i suoi insondabili obiettivi le parole più
grasse o più magre o quelle più lunghe. Se si sofferma sul
senso delle lettere e delle parole è per farci un travisamento
sopra o un gioco o un uso stornato; insomma se usa le parole come parole
è per stornarle dal loro senso solito e per farne qualcosa di diverso
da quello che sono. Poi si abbandona a incroci e miscugli di tutti i tipi,
di parole e parole, di parole contro parole, di parole dentro le parole.
Mescola ogni cosa e ogni natura; si stemperano e perdono le doti originali
e si ritrovano doti nuove o anche nulla.
(seconda parte) (
indice )
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LUIGI TOLA
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