![]() |
|||
GIOVANNI
FONTANA Il panorama mediatico va condizionando in maniera sempre più consistente
l’elaborazione testuale. In particolare l’interazione tra
la scrittura e la dimensione della “nuova oralità”
produce, ormai da tempo, effetti interessanti in numerose aree di ricerca.
Si osservi, per esempio, il panorama internazionale della poesia intermediale
e performativa, ampiamente ignorato dai nostri critici di punta. È indiscutibile che nella società ipermediatizzata il testo vocalizzato impegnerà spazi sempre maggiori (radiotesto, audiolibro, videoletteratura, espressioni multimediali, ecc.). Se ipotizziamo la dimensione ritmica come denominatore comune della poesia e della prosa, il gioco delle confluenze e degli sconfinamenti, se condizionato e sostenuto da quello che chiamerei imprinting vocale di progetto, potrebbe individuare addirittura direzioni “ultratestuali”, aprendo, così, ad una concezione di testo come testo integrato, come politesto in risonanza, come ipertesto sonoro multipoietico, come ultratesto trasversale che si sviluppa su linguaggi d’azione. Il pre-testo nella sua forma tipografica conterrebbe germi metamorfici capaci di realizzare le successive tessiture dinamiche, oltre la pagina. In ambito performativo il testo diventerebbe multidimensionale e pluridirezionale, multivalente e pluripotenziale, policentrico e multilaterale, poliritmico e multisonante. Nel ’64 William Burroughs scriveva del “Bambino Subliminale”, che “trasportava suoni, discorsi e musica di strada, li metteva nel suo registratore, mandando onde, vortici e tornadi di suoni nelle strade e lungo il fiume del linguaggio – polvere di parole si ammucchiava e riempiva le strade di musica spezzata, clacson e martelli pneumatici – i frammenti di parole colpivano e andavano in fumo” (Nova Express). In questa dimensione sonora il panorama delle confluenze e degli attraversamenti linguistici si fa sempre più intricato, suscitando di volta in volta nuovi interessi, se non altro perché assume un chiaro significato nel quadro della politica della comunicazione: la voce, quale portatrice di senso, è presenza attiva, dunque “temibile”, specialmente se racchiude germi antagonisti. Non è per questo che, nel passato, proprio quando la poesia viaggiava ancora di voce in voce, non si esitava a dire che “il verso mente e solo la prosa è veritiera”? Questi attraversamenti hanno radici articolate e più remote di quanto non sembri. E molti (anche se non amano dichiararlo) mostrano di aver appreso la lezione della “poesia sonora” degli anni ’60 e ’70. Ma, senza ampliare troppo il raggio dei riferimenti, vorrei soffermarmi almeno sul concetto di “text-sound”, riferito indistintamente alla poesia e alla prosa, espresso da Richard Kostelanetz nell’antologia Text-sound texts3. Si parla di “text-sound” quando il testo è particolarmente adatto a liberarsi nella dimensione aurale, o, comunque, quando le caratteristiche del testo condizionino l’articolazione sonora in maniera determinante. Si tratta, perciò, di una struttura di passaggio che tende a confondere poesia e prosa orientando le discipline letterarie verso quelle sonore e che, pur presentandosi in genere sottoforma di tessitura verbale, non risparmia di impegnare, talvolta, spazi figurali. Nel libro di Kostelanetz sono documentati numerosi scambi ed intersezioni che superano di gran lunga il concetto di “poetic prose” e che costituiscono significativi esempi di percorso.4 Ma nel panorama contemporaneo, mentre per molti versi i media si intrecciano
indissolubilmente e i linguaggi subiscono sconvolgimenti radicali (come
nel caso dell’imagerie cinematografica che diventa la controfigura
della musica o addirittura come nel farsi musica dell’immagine),5
si assiste a pratiche di false relazioni tra le arti, di interazione debole
o apparente, di gratuite sommatorie che talvolta prescindono dalle più
elementari regole di grammatica e di sintassi. Nell’ottica dell’idea di “processo aperto” di
Prigogine e della fisica delle particelle, è come se il processo
di invenzione e produzione fosse realizzato da particulae, portatrici
di senso solo in quanto riferite alla dimensione totale dell’opera,
che si vuole come concentrazione assoluta di energie. Tutto è in
funzione del tutto. Si potrebbe parlare, perciò, di entità
transmateriali innervate da linee-forza che provocano tensioni inattese
e vibrazioni del senso. È un po’ quello che accade nelle
particelle subatomiche secondo la “teoria delle stringhe”,8
dove si ipotizza che tutta la materia e tutte le forze nascano da un unico
costituente di base. Nell’opera intermediale, le dinamiche interne ed esterne, le interazioni
rivolte verso il proprio baricentro come verso la periferia, comportano
l’esigenza di una sincronica vibrazione degli elementi, in un’incessante
esplorazione, che, reiterata e spinta fino ad individuare le ampiezze
e le frequenze delle particulae della materia linguistica, finisce per
coincidere con una vera e propria trasgressione nell’uso dei linguaggi
medesimi. Quello di trasgressione (o trans-gressione), infatti, è
un concetto che implica pulsioni indagatrici. Esplorare significa spesso
dover superare frontiere precluse, passaggi interdetti. Oltrepassare questi
confini “invalicabili” è compiere un gesto di sfida,
sia dal punto di vista artistico che culturale. Su questi orizzonti può affacciarsi soltanto una nuova figura di “poliartista”: poietes che agisce sui più diversi fronti della creatività, con qualsiasi materiale, in ogni spazio e in ogni situazione, su qualsiasi supporto e su qualsiasi canale, utilizzando qualsiasi tecnologia, appropriandosi la parola (oltre la letteratura), l’immagine (oltre le arti visive), l’universo sonoro (oltre la musica), la dimensione teatrale (oltre il teatro), l’universo ritmico, riconducendo all’ambito creativo perfino la sua voce e il suo gesto, quindi il suo stesso corpo. Il “poliartista”, grazie alle sue nuove competenze, contribuirebbe, così, ad ampliare e snervare i confini delle arti, nel segno della contaminazione dei sistemi e della compenetrazione degli universi separati, in un’ottica plurale che sottolinei le singolarità sempre in chiave essenzialmente intermediale. 1 G. Fontana, Chorus. Romanzo sonoro per voci a battuta libera (con CD
audio), Piero Manni Editore, Lecce, 2000.
|
![]() FRANCO VACCARI "Il canto del grillo" Stampa serigrafica Cm. 70x50, 1967 |
||
![]() EUGENIO MICCINI "Antologia 2" Assemblaggio di oggetti vari Cassetta di legno, 1988 |
|||
![]() IRMA BLANK "Scrittura visuale" |
|||
![]() GIANLUCA CUPISTI "Chi vuol essere lieto sia" 2008 |
|||
![]() MANFREDI MAURO "Poesia nastro" |
|||
![]() GIANNI BROI "La lettera U" 1994 |
|||
![]() CLAUDIO FRANCIA "Ready made in Italy" Collage su legno Cm. 80x60, 1998 |
|||
![]() ELISABETTA GUT "Supernova" Pagina di poesia 1996 |
|||